Il Prof. Paul Fisher e il suo gruppo di ricercatori presso l’Università La Trobe in Australia sembra abbiano scoperto un test del sangue capace di diagnosticare il Parkinson.

L’idea

La teoria dominante nel campo della ricerca sulle malattie neurodegenerative come Parkinson e Alzheimer sostiene che la causa della degenerazione neuronale sia una malformazione dei mitocondri (corpuscoli che costituiscono le fabbriche di energia interne alle cellule). Detti mitocondri non sarebbero dunque più in grado di produrre energia sufficiente, e da qui inizierebbe una reazione a catena che si conclude come sappiamo.

Il Prof Fisher ha scoperto dieci anni fa un “interruttore cellulare di allarme” costantemente attivo nelle cellule delle persone che hanno sviluppato o svilupperanno malattie neurodegenerative.

Tale interruttore cellulare di allarme, insieme ai mitocondri difettosi, causerebbe un problema nella trasmissione dei segnali intracellulari, anziché nei livelli di energia come si credeva.

In tale problema di trasmissione risulta coinvolta una proteina (AMPK). Questa proteina causa una iperattività delle cellule dei Parkinsoniani con conseguente aumento di produzione di rifiuti provenienti dalla combustione dell’ossigeno. Tali rifiuti nel tempo si accumulano e causano danni nei neuroni dopaminergici.

L’aspetto positivo e’ che la presenza o meno della proteina AMPK può essere scoperta dal test.

Potenziali vantaggi

Se questa scoperta venisse confermata da altri gruppi di ricerca indipendenti costituirebbe un grosso passo in avanti: vediamo perché:

  1. La diagnosi sarebbe significativamente più precoce. Questo significa avere una possibilità concreta di intervenire prima che la maggior parte dei neuroni dopaminergici siano danneggiati. Anche non considerando l’assunzione di farmaci in via profilattica, come minimo con uno stile di vita più sano si avrebbero risultati sicuramente tangibili nell’allontanamento nel tempo dei sintomi di esordio.
  2. La diagnosi sarebbe sicuramente più precisa. Il paziente eviterebbe di aspettare anni prima di essere diagnosticato correttamente.
  3. Ci sarebbe un risparmio significativo nella spesa per esami diagnostici come il DATScan.
  4. Lo sviluppo dei farmaci per la cura della patologia subirebbe una accelerazione considerevole. Infatti l’analisi dell’evoluzione dei risultati del test nel tempo con e senza assunzione di un farmaco sperimentale dovrebbe dare informazioni attendibili sulla sua efficacia.

A che punto siamo

Il test e’ stato finora sperimentato su di un gruppo di 38 persone, di cui 29 affette da Parkinson, più un gruppo di controllo di 9 persone sane.

Il prossimo passo sarà l’ampliamento del campione a 100 persone, di cui 70 con Parkinson, più un gruppo di controllo di 30 persone sane.

Questo perché bisogna non solo controllare che l’interruttore sia “acceso” nei Parkinsoniani, ma anche che sia “spento” negli individui sani.

Quanto ci vorrà prima che il test sia disponibile al pubblico? Circa 5 anni, se tutto va bene.

Un test diagnostico per il Parkinson: una promettente ricerca
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