S’intitola L’ovale storto – Ritratto poetico del rugby inclusivo (Aras edizioni) il nuovo libro di Matthias Canapini. Viaggiatore, cronista dallo stile estremamente maturo per i suoi 27 anni, Matthias descrive «a passo lento» nazioni, conflitti, marginalità, umanità spinta ai limiti. E amicizia, solidarietà, altruismo insperati. Instancabile, col suo zaino pesantissimo e le suole consumate, barba da profeta e sguardo che abbraccia. Lo accompagnano immancabilmente taccuino e macchina fotografica. Ma anche – o forse soprattutto – lo spirito del rugbista che è, è stato e sarà sempre. Così, dopo i suoi reportage sull’Europa orientale o sul terremoto in Italia centrale, stavolta Matthias è partito dalla sua Fano per un «pellegrinaggio sui campi di rugby italiani, iniziato a novembre 2016 e concluso a ottobre 2018, con lo scopo di dimostrare come la palla ovale sia uno strumento riabilitativo e inclusivo». Un resoconto che attraversa in lungo e in largo la Penisola attraverso le testimonianze di chi fa del rugby la via privilegiata verso l’integrazione a ogni livello. Un ovale insolito, differente da come lo si immagina, storto, per l’appunto, che alla fine mostra la possibilità di un’Italia davvero migliore – perché il rugby sa andare oltre l’emarginazione sociale delle periferie, l’omofobia, l’intolleranza razziale, la disabilità fisica e psichica.

Ne L’ovale storto leggerete di un’avventura che va dai richiedenti asilo dell’A.S.D. Le Tre Rose di Casal Monferrato al rugby in carrozzina dei Romanes; dai quartieri dimenticati della Zona Orientale Rugby Popolare di Salerno o dello Scampia Rugby agli Atipici di Bari; dalle squadre dei detenuti dei Barbari di Bollate o della casa circondariale di Pesaro all’inclusività anti-omofoba della Libera Rugby Roma o a quella antifascista degli All Reds del centro sociale Acrobax della Capitale. E leggerete anche dei Bradirapidi e del Parky Touch Rugby, la forma di rugby pensata come terapia complementare nella riabilitazione della malattia di Parkinson. E non soltanto questo. Perché, come scrive Matthias nell’introduzione, lo spirito del rugby è molto, molto di più. È ciò che può rendere i sogni realtà, è la speranza di piccole e grandi rivoluzioni. Da compiere insieme:

«Riordinando finalmente gli appunti, capisco forse che ciò che mi porto e ci portiamo dentro all’altezza dello stomaco, non è semplicemente l’adrenalina e l’agonismo tipico dello sport ma una filosofia di vita, un modo di stare al mondo. Sarebbe bello imparare a guardare la terra con umiltà, simbiosi e semplicità. Sarebbe bello ricompattarsi, sentirsi parte di un’unica grande squadra e andare in meta, semmai ce ne fosse realmente una, insieme. Mai soli.»

Matthias Canapini con la maglia dei Bradirapidi

Di seguito, su gentile concessione dell’Autore, alcuni estratti proprio dal capitolo sui Bradirapidi.

Settembre inoltrato. Succede che a volte piccole utopie anomale si realizzano. Succede che l’idea di introdurre il gioco della palla ovale nelle attività dei malati di Parkinson nasce proprio da tre pazienti, Stefano, Gaetano e Marco, che da qualche anno fruiscono delle terapie riabilitative del “Day Hospital Neuromotorio del S. Raffele-Pisana” di Roma. Succede che un po’ per caso e un po’ per passione nascono i Bradirapidi, una onlus fondata per incoraggiare lo sport, in particolare il Parky Touch Rugby, come forma di riabilitazione per parkinsoniani. Succede che l’ovale, visto dalla moltitudine come semplice palla barbarica si trasformi in medicina. (…)

Sostenuto da una stampella appare ondeggiando Stefano Valente, 55 anni, aria da intellettuale e sorriso gentile. «I Bradirapidi, onlus che attualmente vanta 100 soci, ha messo in piedi il primo allenamento il 17 agosto 2017 presso il parco comunale di Villa Phampili. Abbiamo cominciato per conto nostro poi Luc, ex rugbista francese e arbitro federale FIR, venendo a sapere del progetto si è offerto di darci una mano. Diffondiamo il Parky Touch Rugby come movimento, messaggio, come briciola di coraggio in più, laddove è presente ma anche dove non è presente; perché nell’immaginario comune il Parkinson è una malattia dei vecchi, ma non è cosi: può colpire anche persone mediamente giovani. A volte ci sentiamo come i cinesi. Ci reputano tutti uguali senza distinzione perché si conosce ancora poco della malattia. Ci mischiano ad altre patologie rendendoci tutti uguali, senza focalizzarsi sui dettagli del Parkinson, rendendoci per certi versi invisibili. Le nostre partitelle e campagne di sensibilizzazione servono anche a questo: conoscere per comprendere». Salendo lentamente le scale dell’impianto Stefano racconta tutto questo come se fossimo vecchi amici (…). Ascoltando scopro che il morbo di Parkinson è una malattia neuro-degenerativa e i sintomi motori tipici della condizione sono il risultato della morte delle cellule che sintetizzano e rilasciano la dopamina. La causa che porta alla loro morte è ancora sconosciuta e non esiste cura. È possibile rallentare l’avanzamento della malattia con medicinali appositi, che però hanno degli effetti collaterali. Per certi versi si potrebbe dire che ciascun malato è una differente “costellazione” all’interno della vastissima e spesso mutevole “galassia Parkinson”, che si configura come la seconda malattia neuro-degenerativa più comune dopo l’Alzheimer. L’età media di insorgenza del malanno, che prende il nome dal medico inglese James Parkinson, è circa 60 anni, anche se il 5-10% dei casi iniziano tra i 20 e i 50 anni. L’iniziativa di combattere il morbo con un ovale si è mostrata di reale beneficio suscitando l’interesse dell’equipe del San Raffaele, il quale appoggia e sponsorizza i Bradirapidi e ha da poco ultimato uno studio scientifico che attesta i reali benefici di questa nuova disciplina-terapia.

«Siamo i primi in tutto il mondo, e ancora gli unici, a praticare il Parky Touch Rugby, ecco perché vorremmo diffonderlo in Italia e fuori dall’Italia, perché all’estero il rugby è più popolare e magari questo fattore potrebbe funzionare come veicolo» continua Stefano carico d’entusiasmo contagioso. La cosa più affascinante è sapere che facendo ciò che ci piace il nostro corpo produrrà automaticamente dopamina. E se fare ciò che ci piace ci rende anche felici, allora il Parky Touch Rugby potrebbe essere un inno alla felicità?

Foto di gruppo con l’Autore

Ivana, una donna sorridente ligia all’ascolto è malata da 11 anni. È arrivata al punto di non camminare più, si bloccava in mezzo alla strada rimanendo paralizzata, incapace di muovere un solo passo in più: insopportabile. Ha deciso di sottoporsi alla Stimolazione cerebrale profonda (DBS – Deep Brain Stimulation), trattamento chirurgico volto a ridurre i sintomi motori debilitanti caratteristici dei disturbi del movimento come il Parkinson, la distonia e il tremore essenziale. «Non ho mai puntato alla cima della montagna. Procedo passo dopo passo. Nonostante mi avessero diagnosticato il Parkinson la mia vita procedeva, dunque ho tentato la via del dispositivo DBS. Il trattamento consiste nell’impianto chirurgico di elettro-cateteri in specifiche aree del cervello collegate all’apparato motorio. Inoltre mi hanno inserito un dispositivo medico simile a un pacemaker cardiaco vicino alla clavicola. Quest’ultimo invia degli impulsi elettrici agli elettrodi situati nelle aree cerebrali, bloccando i segnali che provocano i sintomi motori disabilitanti. Non sapevo se avrebbe funzionato ma ero convinta di voler provare a campare al meglio e soprattutto farlo col sorriso sulla bocca. Tento di essere ottimista anche se non c’è guarigione, solo speranza. Dopo la diagnosi mio marito mi ha lasciato anche se andava male già da un po’. Mio figlio è divenuto la mia ombra e mi sostiene ogni giorno, mia figlia invece ha avuto un blocco, incredula non ha mai accettato che fossi malata; perché nella malattia ci sono sempre due vittime: chi aiuta e chi sta male, e forse va peggio ai primi. Inizialmente, allenandomi coi Bradirapidi mi sentivo inutile, scoordinata, inadeguata. Quando ho abbandonato è successo il finimondo: i Bradirapidi avrebbero lasciato il progetto. O si resisteva insieme o non se ne faceva nulla, perché come dice sempre Luc: un uomo solo è un uomo morto. Capii all’istante di aver trovato nuovi amici. Il rugby ti dice di aprirti al mondo, di provarci anche se le condizioni non son rosee».

Dopo l’intervento ben riuscito Ivana è tornata al campo, concentrata sui passaggi, sui riflessi, sull’equilibrio. Si riassume tutto nell’applicare una cosa complessa alla normalità, perché per un parkinsoniano già fare due cose insieme risulta pressoché impossibile. «Il rugby ti insegna a fare quello sforzo in più e prendere dimestichezza con lo spazio. Tenendoti attivo rallenti la malattia, anche se sai di non poterla sconfiggere» termina la gracile donna che, in barba alla sua mole racchiude un coraggio da guerrigliera (…).

(Acquista L’ovale storto – Ritratto poetico del rugby inclusivo di Matthias Canapini, Aras edizioni)

Rugby: speranza e rivoluzione. Anche i Bradirapidi nel libro-progetto che lo racconta

Un pensiero su “Rugby: speranza e rivoluzione. Anche i Bradirapidi nel libro-progetto che lo racconta

  • 12 Luglio 2019 alle 8:33
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    Bene! Un libro così ci voleva, grandi i bradirapidi!

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