di Tonino Proietti

A Roma i palazzi del potere hanno alcuni tratti comuni, ma uno in particolare è il più sorprendente di tutti. Sembra che i loro muri sappiano parlare, niente di simile alla normale comunicazione umana, lo fanno a modo loro, in un modo comunque capace a trasmettere punti di vista, idee, riflessioni ed anche a metterti di fronte alla tua realtà, senza mezzi termini, senza giri di parole. 

Fu così che quella notte, dopo che le trattative si erano prolungate per ore lasciandomi prostrato dalla fatica, mi muovevo nei lunghi budelli dei sotterranei del palazzo per raggiungere la mia auto nel garage. Dovevo tornare a casa e provare a dormire per qualche ora prima di ripercorrere quel corridoio in senso contrario. In quel momento di solitudine era quasi un piacere dismettere la propria armatura e dare sfogo, liberamente e senza provare vergogna, alla propria vulnerabilità.  

Fu così che all’improvviso ebbi la percezione che mi stavo muovendo nel silenzio, quasi in una bolla vuota. Fu allora che i muri mi parlarono.  Accompagnato da un alito caldo che restituiva all’ambiente il calore accumulato durante il giorno, i muri parlarono facendomi ascoltare il particolare rumore dei miei passi. …ta/ta … ta/ta …. ta/ta… ta/ta. Sembrava la cadenza di uno swing di altri tempi. Mi interrogai sul significato di quella che poteva essere una forma di rivelazione. …ta/ta … ta/ta …. ta/ta… ta/ta e poi ancora …ta/ta … ta/ta …. ta/ta… ta/ta. 

Mi resi conto che il rumore dei passi era forse solo l’aspetto più emergente del messaggio. Mi risvegliai dal mio stato un po’ rilassato per tornare ad una situazione di maggiore controllo. Fui spinto allora a verificare se tutto fosse al proprio posto. Così, quasi per caso, mi si vennero a palesare altre situazioni fino ad allora vissute nella loro singolarità. Primo fra tutti, accordata al momento breve del passo, c’era la ridotta dinamicità del braccio destro a cui era attaccata una tremolante mano che sempre più spesso si rifugiava nella tasca dei pantaloni. Poi c’era la voce, ora quasi del tutto sparita e la postura sempre più inclinata. Ora il messaggio aveva assunto la sua dimensione completa: l’incontro con l’Innominabile era sicuramente avvenuto!!!! I dubbi circa i possibili contatti precedenti erano svaniti davanti ad una conclamata e dura certezza.

Iniziarono così giorni tormentati. Scoprire la certezza della diagnosi sembrava porti, te la tua storia, di fronte ad una nuova realtà fatta dal confronto con un qualcosa di reale, una lotta di cui già conosci dall’inizio gli esiti nefasti. Sembrava che stesse iniziando il percorso di un sentiero gradualmente più angusto e scosceso, una strada costellata via via da punti di non ritorno.

Bisognava voltare pagina. Bisognava trovare gli strumenti, i modi ed i tempi per farlo. Bisognava scoprire una nuova prospettiva, come quando durante una passeggiata in montagna ti si apre davanti agli occhi, all’improvviso, un nuovo ed inaspettato panorama mozzafiato. 

Bisognava operare un cambio di paradigma nel leggere il proprio rapporto con la “malattia”.  Forse è un meccanismo naturale di difesa, ma la visione percepita all’inizio era quella di una lotta con una entità che aveva invaso il tuo raggio di azione, una sfida tra me e la malattia che sapevo già essere all’ultimo sangue ma soprattutto persa. In sintesi pensavo ad una malattia come un essere altro “diverso” da me. 

Dovevo prendere tempo per elaborare una linea di azione sostenibile ed evitare di alimentare, soprattutto, la ricorsività di pensieri corrosivi, anticamera di uno stato depressivo. 

Dovevo studiare, informarmi, evitando di rimanere in uno stato di accettazione passiva. Parole facili a dirsi ma la razionalità che prendeva forma intorno a te non sempre era ben tollerata quando si è alle prese con una situazione dove si affiancano, per la prima volta nella vita, parole come paura e futuro.

In questo frangente l’unica alleata capace di essere sempre in sintonia con il tuo stato è stata la musica. Ascoltata ed eseguita: partendo da Pierluigi da Palestrina nello stupore della pluralità polifonica, passando per Bach ed Hendel con le loro armonie consolatorie a supporto dei massaggi dell’anima, per finire alle 1000 forme del jazz capace di parlare alla mente, al cuore ed anche alla pancia.

La vera svolta, il cambio di paradigma è avvenuto quando da una visione statica son passato ad una dimensione dinamica. La prima è caratterizzata da “te e la malattia”, separati da una netta linea di demarcazione di cui conosci solo il fatto che la malattia cercherà, nel tempo, di sottrarti sempre più spazio. La seconda ti dice che la malattia è dentro di te, è parte di te e se pur dovesse progredire non può negarti di essere te stesso. C’è solo un individuo che, oltre agli occhi verdi (ipoteticamente parlando), ha la Malattia di Parkinson.

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/b/b1/Tao_symbol.svg/150px-Tao_symbol.svg.pngLa vera svolta è avvenuta quando ho incontrato il Tai Chi Chuan (Taijiquan). Già la rappresentazione del Tai Chi è sufficiente a spiegare la nuova visione dinamica ed unitaria. L’armonia tra il bianco e il nero è in “continuo divenire”ed è spiegata dalla presenza dei puntini di colore opposto al campo in cui sono inseriti  proprio nel momento della massima espansione del campo stesso.

Ammettendo quindi che la malattia è parte di te e con essa devi costruire una relazione armonica, il Tai Chi Chuan ti offre gli strumenti con i quali provare a realizzare questo rapporto dinamico da cui far scaturire, se non proprio uno stato di pieno benessere, almeno un contributo per un rallentamento della progressione della malattia, agendo in perfetta sinergia con i trattamenti di carattere sanitario.

E così sono cambiate le mie giornate ormai in gran parte occupate dallo studio intenso affiancato dalla pratica del Tai Chi Chuan e del Qigong (però continuo a suonare). Insistendo su concetti, quali “consolidamento della consapevolezza” e “potenziamento del radicamento”, accompagnati dall’applicazione dei principi, quali “L’energia segue l’intenzione” e “Il morbido contiene il duro”, ho iniziato a percepire più di un beneficio tra cui la forte riduzione del tremore e il miglioramento della postura e dell’equilibrio.

Potevo allora dire di aver raggiunto lo stato tale da ritenermi soddisfatto? No, nonostante i benefici percepiti c’era qualcosa che ancora non andava.  Questa volta non è stato difficile trovare il motivo. Se avevo centrato il traguardo di un miglioramento della condizione perché non aiutare gli altri a raggiungere il loro medesimo obiettivo? E’ stato così che, nel pormi il nuovo proposito di divulgare la pratica del Tai Chi Chuan tra i parkinsoniani, ho iniziato un percorso di formazione pluriennale (ormai prossimo alla conclusione) per conseguire la qualifica di Insegnante di Arti Marziali riconosciuto dal CONI. 

Ora so che la prima vera e piena soddisfazione sarà solo quando riuscirò a condividere gli esiti degli obiettivi di miglioramento con tutte le amiche e gli amici che vorranno unirsi a me nella pratica. Non vedo l’ora che accada.

Da Quella Volta Che… Storia di una Rivelazione
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